Il numero che ogni lavoratore dovrebbe conoscere
Ci sono argomenti di finanza personale che tendiamo a rimandare semplicemente perché sembrano lontani. La pensione è probabilmente uno di questi. Finché ogni mese arriva lo stipendio, vediamo i contributi trattenuti in busta paga e continuiamo con la nostra vita, è facile pensare che sia un problema del Pierpaolo di domani, quello che avrà sessanta o settant'anni. In fondo lavoriamo, versiamo contributi e, prima o poi, arriverà una pensione. Il problema è che questa risposta lascia fuori la domanda più importante: quanto sarà quella pensione rispetto al reddito al quale saremo abituati?
È proprio da questa domanda che voglio iniziare una nuova rubrica del blog che ho deciso di chiamare “Previdenza Semplice – Costruire oggi la pensione di domani”. Non nasce con l'obiettivo di convincervi ad acquistare un fondo pensione e nemmeno di dirvi quale prodotto scegliere. Nasce, prima di tutto, da un'esigenza che sento anche mia: capire meglio un pezzo fondamentale della nostra vita finanziaria che troppo spesso iniziamo a studiare quando ormai buona parte del tempo a nostra disposizione è passata.
C'è un numero dal quale, secondo me, vale la pena cominciare. Si chiama tasso di sostituzione. Il nome sembra molto più complicato del concetto che rappresenta: in sostanza mette in rapporto la prima pensione che riceveremo con l'ultimo reddito che percepivamo lavorando. Se, per fare un esempio estremamente semplice, prima di andare in pensione guadagnassimo 30.000 euro l'anno e la nostra prima pensione fosse di 21.000 euro, avremmo un tasso di sostituzione del 70%. Detto ancora più semplicemente, 100 euro di reddito da lavoro diventerebbero 70 euro di pensione.
È qui che, secondo me, la questione diventa molto più interessante, perché normalmente quando parliamo di pensione ci chiediamo quando riusciremo ad andarci. Molto meno frequentemente ci chiediamo come vivremo economicamente dal giorno successivo. Eppure tutta l'educazione finanziaria che cerco di applicare nella mia vita parte esattamente dallo stesso principio: non guardare soltanto a quello che succede oggi, ma cercare di capire quali conseguenze avranno nel tempo le decisioni che prendiamo.
Pensiamoci. Durante la vita lavorativa costruiamo progressivamente il nostro tenore di vita sulla base delle entrate disponibili: casa, automobile, bollette, famiglia, viaggi, passioni, imprevisti. Poi arriva un momento nel quale lo stipendio scompare e viene sostituito dalla pensione. Questo non significa necessariamente che avremo bisogno dello stesso identico reddito. Alcune spese potrebbero diminuire, altre potrebbero addirittura sparire; al contrario, con l'avanzare dell'età potrebbero aumentare altre necessità. È quindi impossibile stabilire una percentuale perfetta valida per tutti, ma proprio per questo dovremmo almeno farci una domanda: quale reddito mi servirà per vivere come desidero quando smetterò di lavorare? Solo dopo ha senso chiedersi quanto di quel reddito arriverà dalla pensione pubblica.
La COVIP, l'autorità che vigila sul sistema della previdenza complementare, attribuisce particolare importanza proprio alla conoscenza del tasso di sostituzione: avere un'idea del rapporto tra pensione e ultimo reddito permette di valutare per tempo quale tenore di vita potrà garantirci la previdenza obbligatoria. Quelle due parole — “per tempo” — secondo me sono il cuore dell'intero discorso, perché un problema previdenziale scoperto trent'anni prima della pensione è una cosa; lo stesso problema scoperto cinque anni prima è completamente diverso.
Ma perché siamo arrivati a questo punto?
Il sistema pensionistico italiano non è rimasto immutato. A partire dagli anni Novanta è stato profondamente riformato e uno dei passaggi più importanti è stato il progressivo spostamento dal sistema retributivo verso quello contributivo. Senza trasformare questo articolo in una lezione di diritto previdenziale, la differenza che interessa a noi è abbastanza intuitiva: nel sistema contributivo ciò che riceveremo dipende in maniera molto più stretta dalla storia contributiva costruita durante la nostra vita lavorativa. Contano i contributi versati, gli anni di lavoro e altri parametri previsti dal sistema, compresa la speranza di vita al momento del pensionamento.
C'è poi un'altra caratteristica che per molto tempo io stesso non avevo approfondito abbastanza. Il sistema pensionistico pubblico funziona secondo un meccanismo a ripartizione. Questo significa che i contributi che mi vengono trattenuti oggi dallo stipendio non vengono depositati in un conto intestato “Pierpaolo La Spina” nel quale rimarranno investiti per essere restituiti quando andrò in pensione. In termini molto semplici, con i contributi dei lavoratori di oggi vengono finanziate le pensioni di oggi. Quando arriverà il mio turno, saranno le generazioni allora attive a contribuire al finanziamento del sistema.
Capire questo meccanismo cambia parecchio il modo in cui si guarda alla pensione, perché permette di comprendere quanto siano importanti elementi come l'occupazione, la demografia, la crescita economica e il rapporto tra lavoratori e pensionati. Ed è anche uno dei motivi per cui nel corso degli anni al primo pilastro, quello della previdenza pubblica obbligatoria, è stato affiancato un sistema di previdenza complementare.
Il fondo pensione non è la prima domanda
Quando si parla di previdenza complementare si finisce quasi immediatamente a discutere di fondi pensione: fondo negoziale, fondo aperto, PIP, TFR, deduzioni fiscali, comparti azionari o obbligazionari. Sono tutti argomenti importanti e li affronteremo uno alla volta in questa rubrica, ma io vorrei procedere al contrario: prima voglio capire se esiste un problema, poi voglio quantificarlo e, infine, voglio scegliere gli strumenti più efficienti per risolverlo.
È lo stesso approccio che utilizzo quando ragiono sui miei investimenti: partire dal prodotto secondo me è quasi sempre un errore. Prima viene l'obiettivo, poi la strategia e soltanto alla fine lo strumento. Per questo non vi dirò oggi che bisogna necessariamente aprire un fondo pensione. Non avrebbe senso.
La previdenza complementare presenta caratteristiche che possono essere estremamente interessanti: in determinate situazioni può esserci il contributo del datore di lavoro, esistono agevolazioni fiscali e il capitale viene investito nel tempo. Ma esistono anche costi, vincoli e regole che dobbiamo conoscere. Li studieremo e lo faremo partendo, per quanto possibile, dalle fonti ufficiali e dalla normativa, cercando poi di tradurre tutto in esempi comprensibili e applicabili alla vita reale.
La domanda che voglio farmi, e che lascio anche a voi
Alla fine di questo primo articolo non voglio lasciarvi il nome di un fondo pensione. Voglio lasciarvi tre numeri da cercare: quanto guadagno oggi? Quanto potrei ricevere di pensione? Quanto mi servirà ogni mese per mantenere il tenore di vita che desidero? La differenza tra la seconda e la terza risposta rappresenta il problema previdenziale che dovremo eventualmente risolvere.
Il secondo numero non deve necessariamente essere un'incognita totale. L'INPS mette a disposizione il servizio “La mia pensione futura”, che permette, per chi può utilizzarlo, di verificare i contributi accreditati, stimare quando maturerà il diritto alla pensione e simulare l'importo della futura prestazione sulla base della normativa e di determinate ipotesi. E credo che questo sia un esercizio che farò anch'io all'interno di questo percorso.
Voglio prendere la mia situazione reale, verificare la mia posizione previdenziale e provare a capire quale potrebbe essere il mio personale tasso di sostituzione. A quel punto avremo qualcosa di molto più interessante di una spiegazione teorica: avremo un problema reale, espresso attraverso dei numeri reali, sul quale costruire una strategia. È esattamente ciò che voglio fare con Previdenza Semplice: non raccontarvi che cosa dovreste fare dall'alto di una cattedra, ma studiare seriamente un argomento che riguarda anche me, applicarlo alla realtà e condividere quello che imparo.
Perché c'è una cosa che questa prima analisi mi ha già fatto capire: possiamo continuare a considerare la pensione qualcosa di lontano, ma ogni mese in cui lavoriamo stiamo già costruendo quella pensione. E forse vale la pena cominciare a capire che cosa stiamo costruendo.
Questo articolo fa parte della rubrica “Previdenza Semplice – Costruire oggi la pensione di domani”, uno spazio dedicato alla previdenza pubblica e complementare, pensato per aiutare lavoratori e risparmiatori a comprendere meglio il proprio futuro previdenziale e a prendere decisioni più consapevoli. Attraverso spiegazioni semplici, fonti ufficiali, esempi concreti e casi pratici, approfondiremo progressivamente pensione pubblica, fondi pensione, TFR, contributi, fiscalità, costi e strumenti disponibili per costruire oggi una maggiore sicurezza economica per il domani.
Ogni giorno contenuti pratici su finanza, crescita personale e strategie per costruire il tuo patrimonio e diventare il vero consulente finanziario di te stesso.

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